Nel Mediterraneo la morte dell’Europa

 

—  Luca Fazio, 11.2.2015”Il Manifesto”

Immigrazione. Un'altra ecatombe nel canale di Sicilia. Almeno 330 migranti sono morti inghiottiti dal mare dopo essersi imbarcati su quattro gommoni partiti dalla Libia. Sono stati minacciati con le armi e obbligati a sfidare un mare con onde alte fino a otto metri. Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, per l'ennesima volta lancia un appello disperato: "Non voglio più raccogliere morti, la nostra battaglia è quella di questi disperati, non so più a chi rivolgermi, so che il Papa ha già parlato ma forse farebbe bene a far sentire ancora la sua voce"

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Ancora cen­ti­naia di cada­veri. Un altro omi­ci­dio di massa che verrà deru­bri­cato con un’alzata di spalle. La fossa comune che un giorno farà ver­go­gnare l’Europa e l’Italia è sem­pre il mare Medi­ter­ra­neo. Diceva un tale con uno spic­cato senso per la tra­ge­dia che se Noè avesse avuto il dono di leg­gere il futuro avrebbe affon­dato la sua barca. Dome­nica, nel canale di Sici­lia, perso tra onde enormi, non c’era solo quel gom­mone avvi­stato dalla Guar­dia costiera con a bordo 105 per­sone. Ce n’erano altri tre.

Due sono stati soc­corsi da altre imbar­ca­zioni pro­prio men­tre sulla moto­ve­detta 29 migranti sta­vano morendo di freddo: sul primo c’erano solo due per­sone, sul secondo sette. Ne man­ca­vano almeno due­cento: le imbar­ca­zioni che sal­pano dalla Libia ven­gono sem­pre cari­cate a forza con­dan­nando a morte quasi sicura i migranti che ten­tano la for­tuna anche con un mare impos­si­bile. Un terzo è spa­rito nel nulla. A dare le giu­ste pro­por­zioni di una tra­ge­dia che è inu­tile defi­nire annun­ciata sono stati altri nove soprav­vis­suti che ieri all’alba sono sbar­cati sulle coste sici­liane. Hanno rac­con­tato di un quarto gom­mone inghiot­tito dal mare. La conta finale dei cada­veri lascia senza parole. Sono tre­cen­to­trenta. Come a Lam­pe­dusa il 3 otto­bre 2013, ma que­sta volta con meno lacrime. Quel giorno il mini­stro Alfano sentì almeno il biso­gno di decla­mare: “A Lam­pe­dusa — disse — ho visto 103 corpi, ho visto una scena rac­ca­pric­ciante. Una scena che offende l’Occidente. Lam­pe­dusa è la fron­tiera dell’Europa, que­ste per­sone hanno sognato libertà. L’Europa deve rea­gire con forza e pren­dere in mano la situa­zione”. Dopo sedici mesi nulla è cam­biato. Lam­pe­dusa è sem­pre più sola e l’idea della pros­sima estate mette i brividi.

Il sin­daco delle isole Pela­gie, Giusi Nico­lini, cono­sce la sua parte a memo­ria e per dovere non si stanca di ripe­terla. La inter­vi­stano sul molo della sua isola, di fianco alle auto­mo­bili par­cheg­giate che aspet­tano di cari­care le bare dirette a Porto Empe­do­cle. Solo di un uomo si cono­sce il nome, gli altri saranno un numero su una lapide. Il sin­daco guarda la tele­ca­mera, ma non sa più a chi rivol­gersi: “Que­sta tra­ge­dia dimo­stra a tutti che la situa­zione è gra­vis­sima, c’è una pres­sione molto forte, è la cri­mi­na­lità orga­niz­zata che decide quando e quanti farne par­tire, non hanno scru­poli. La pri­ma­vera e l’estate saranno molto dure, io non voglio che la mia isola diventi il cimi­tero del Medi­ter­ra­neo, non voglio più rac­co­gliere morti. La bat­ta­glia di Lam­pe­dusa è quella di que­sti dispe­rati, la loro sal­vezza è la nostra sal­vezza. Non so più a chi rivol­germi, il Papa ha già par­lato ma forse farebbe bene a far sen­tire ancora la sua voce”. Il suo appello è desti­nato a cadere nel vuoto: “Spero che l’Europa capi­sca che i soldi di Tri­ton potreb­bero essere spesi in maniera più utile, per esem­pio facendo viag­giare in aereo chi ha diritto di asilo. Tri­ton è un’operazione di poli­zia, ma in que­sto momento nel Medi­ter­ra­neo c’è una grande emer­genza uma­ni­ta­ria, non l’invasione di un popolo armato. Se non si rea­gi­sce nella maniera giu­sta, fini­remo per subire enormi tra­ge­die come que­ste, che non devono diven­tare ordinarie”.

I rac­conti dei soprav­vis­suti li abbiamo già ascol­tati altre volte e per que­sto dovreb­bero risul­tare ancora più insop­por­ta­bili. “Da alcune set­ti­mane — hanno detto due ragazzi del Mali — era­vamo in 460 ammas­sati in un campo vicino a Tri­poli in attesa di par­tire. Sabato scorso i mili­ziani ci hanno detto di pre­pa­rarci e ci hanno tra­sfe­rito a Gar­bouli, una spiag­gia non lon­tano dalla capi­tale della Libia. Era­vamo circa 430, distri­buiti su quat­tro gom­moni con motori da 40 cavalli e con una decina di tani­che di car­bu­rante”. Il mare faceva paura anche a riva, ma a quel punto nes­suno avrebbe potuto rifiu­tarsi si par­tire per l’Italia. Più che un viag­gio, i due maliani hanno rac­con­tano un’esecuzione di massa: “Ci hanno assi­cu­rato che le con­di­zioni del mare erano buone, ma in ogni caso nes­suno avrebbe potuto rifiu­tarsi o tor­nare indie­tro: siamo stati costretti a forza ad imbar­carci sotto la minac­cia della armi”. C’erano anche molte donne. E bam­bini. Altri testi­moni hanno rac­con­tato di essere stati presi a basto­nate, deru­bati e cari­cati a forza. Poi, la tra­ge­dia. Un gom­mone è arri­vato con il carico pieno (e ven­ti­nove morti assi­de­rati). Dagli altri due sono uscite vive solo nove per­sone, l’ultimo è scom­parso tra le onde. Per que­sta tra­ver­sata ogni migrante ha pagato ai traf­fi­canti 800 dol­lari, circa 650 euro.

Fla­vio Di Gia­como dell’Oim (Orga­niz­za­zione inter­na­zio­nale per le migra­zioni) è tra quelli che hanno rac­colto le testi­mo­nianze. “I migranti — ha rife­rito — sono tutti gio­vani uomini, l’età media è di circa 25 anni, pro­ven­gono dai paesi sub saha­riani, in par­ti­co­lare da Mali, Costa d’Avorio, Sene­gal e Niger. Per alcuni di loro la Libia era un paese di tran­sito, men­tre altri ci lavo­ra­vano da tempo, infatti par­lano un po’ di arabo. Que­sta tra­ge­dia con­ferma ancora una volta come i traf­fi­canti trat­tino i migranti, soprat­tutto i sub saha­riani, come un carico umano senza valore. Hanno fatto par­tire oltre 420 per­sone con con­di­zioni di mare asso­lu­ta­mente proi­bi­tive, di fatto man­dando la gente a morire”.

Nelle prime cin­que set­ti­mane del 2015, da quando è in vigore l’operazione Tri­ton, gli sbar­chi sono aumen­tati del 60% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Il peg­gio, se pos­si­bile, deve ancora venire.